(UNA GIORNATA QUALSIASI)
Si svegliò, come ogni mattina, anticipando la sveglia, guidato dalle lancette fosforescenti bloccò la suoneria per non sentire il trillo invadente e fastidioso di quel rudere elettrico, cercò a tastoni con i piedi le pantofole e si alzò.
In bagno lo specchio gli rimandò la sua immagine: i pochi capelli rimasti color topo, la rete di rughe sulla fronte, le borse sotto gli occhi, la barba chiazzata di bianco, la giacca del pigiama color corsia/ospedale, la pancetta. Fece la linguaccia, abbassò la tavoletta e si sedette sbadigliando. Si liberò con soddisfazione, sotto il getto caldo della nappa, il solito bagno schiuma al profumo di pino, poi l’accappatoio e i denti. Le gengive continuavano a sanguinare e là in fondo quel molare doveva esser curato.
Da anni lo stesso rituale, gli stessi gesti vagamente scaramantici: il rassicurante tagliando all’inizio della nuova giornata. Un’ultima occhiata allo specchio: la solita deludente immagine di rimando.
In mutande si mise a rifare il letto: era sfatto solo dalla sua parte, dopo la morte della moglie era diventato troppo grande, nel dormiveglia spesso gli capitava ancora di allungare la gamba per sentire la sua presenza ma incontrava solo il fresco delle lenzuola, automaticamente la ritraeva e si girava dall’altra parte.
Aprì le ante dell’armadio, si vestì quasi automaticamente: il solito vestito grigio, la solita camicia celeste e quella mattina, non sapeva dirsi neanche il perché, una cravatta, fra le poche che aveva, blu, buona per tutte le occasioni.
In cucina si preparò il caffè, mentre la radio diffondeva le notizie del mattino e le previsioni del tempo: sarebbe stata una giornata calda. Raccolse il sacchetto della spazzatura e uscì chiudendo a più mandate la serratura.
Chiamò l’ascensore al piano: era occupato, dentro c’era la bella anestesista dell’ottavo. “Buongiorno, come sta? Così presto a lavoro? “Bene grazie, si purtroppo oggi sono di turno “. La cabina prese a scendere in un silenzio imbarazzato e imbarazzante. Con la coda dell’occhio la osservò, indossava un bel vestito, ma aveva quelle scarpe che ora andavano di moda e che non gli erano mai piaciute: con il tacco troppo alto e la suola doppia rendevano l’andatura delle donne incerta e al tempo stesso ridicola. Doveva aver passato da poco i trenta, tuttavia la rotondità dei fianchi e la pelle, lì sotto il collo, denunciavano un rilassamento, un ancora trattenuto segno che la sua bella stagione stava inesorabilmente appassendo. In compenso aveva un profumo delicato che si diffondeva piacevolmente nella cabina.
L’ascensore si arrestò al piano terreno, le aprì la porta e lei sorrise a questa inattesa galanteria.
Aprì il box; in macchina, accese il motore; la sera prima gli si era accesa la spia della riserva ma sapeva che il carburante gli sarebbe bastato, ingranò la marcia e si avviò al parcheggio della fermata della metro. Si disse ancora una volta che muovere la macchina per poco più di un paio di centinaia di metri era una cretinata, tuttavia lo disturbava, al ritorno, fare quel breve tratto di strada a piedi. Ormai era divenuta un’abitudine, ma poi perché no?
A quell’ora il parcheggio era quasi vuoto, si arrestò in un posto defilato poi scese le scale, utilizzò la tessera per superare il tornello e constatò con un leggero fastidio che avrebbe dovuto rinnovare l’abbonamento fra qualche giorno. Non ebbe tempo di abituarsi all’odore stantio dei marciapiedi di gomma della stazione, la metro arrivò subito, salì e si accomodò in uno dei tanti posti a sedere. Un breve tragitto passato a guardare i volti mezzo assonnati delle persone chine sui telefonini, le varie pubblicità che comparivano nei monitor della carrozza, la sequenza delle stazioni stampate sopra i finestrini e arrivò a Cavour. Risalì sulle scale mobili fino all’esterno: senza sorprese lo attendeva il Colosseo sbiancato dal sole mattutino, si districò nel flusso della gente che sciamava fuori e tra i venditori ambulanti, girò a destra in via dei Fori Imperiali e si avviò verso piazza Venezia.
Era un giorno feriale, il traffico, nonostante l’ora, era già intenso.
Godendosi il tepore della mattina, raggiunse senza fretta l’inizio di via del Corso, si mischiò alla gente lasciandosi trasportare. Fu quasi spinto dentro un bar, l’odore della pasticceria e del caffè gli entrò dentro: ordinò un cappuccino ed un bignè alla crema. Non ricordava più quando avesse fatto colazione al bar l’ultima volta. Ormai prendeva solo il caffè nero che si faceva a casa, sapeva di poco ma era caldo e tanto gli bastava. Invece quando era ancora possibile, quando c’era ancora sua moglie la domenica o nei giorni in cui non andava a lavoro, la colazione al bar era un rito: seduti, cappuccino, cornetto, bombolone a seconda della voglia del momento. E poi le pastarelle da consumare a casa, dopo pranzo. Le pastarelle: era passato tanto tempo, ma quella mattina era diverso, gli era presa la voglia e allora, perché no?
Girò a via Condotti e passo dopo passo, guardando distrattamente i negozi che nel frattempo alzavano le saracinesche, arrivò a Trinità dei Monti, il sole sbatteva la sua luce sulla scalinata, due carrozzelle erano già ferme là, vicino alle palme, i cavalli sbuffavano di quando in quando e sventolavano le code per scacciare le prime mosche, i vetturini ridevano sguaiatamente commentando l’ultima sconfitta della Roma, qualche raro giapponese mattutino faceva fotografie.
Entrò in una tabaccheria, prese un pacchetto di Marlboro, cerini e si sedette su un gradino, aprì il pacchetto, sentì l’odore antico del tabacco, si mise una sigaretta in bocca. Erano anni che non fumava, quando gli dicevano che smettere era difficile, lui sinceramente non sapeva cosa dire: aveva smesso senza un reale perché, forse solo per vedere se ce l’avrebbe fatta, e dalle trenta che fumava ogni giorno a non comprarle più era stato un tutt’uno. La smania dei primi giorni l’aveva fatta passare masticando furiosamente chewing gum e intestardendosi nel riverniciare accuratamente tutte le ringhiere dei balconi, le pareti dello studiolo e lucidando i mobili di sala. Dopo due o tre giorni i sintomi dell’astinenza si erano acquietati, e dopo una settimana la voglia si era appassita. Sapeva di avercela fatta. Da allora non aveva messo più una sigaretta in bocca. Ma oggi, lì su quegli scalini, in quella mattina di sole gli era sopraggiunto inaspettato il desiderio di sentire di nuovo il gusto il fumo dentro nei polmoni e nel naso. Accese la sigaretta, soffiò sul fuoco tremolante del cerino, la prima boccata lo colse impreparato, un minimo accenno di tosse, un leggero sbandamento, come la sensazione piacevole di una caduta nel vuoto, con la consapevolezza che entro pochi attimi tutto sarebbe passato, la seconda boccata fu meglio della prima, aspirò profondamente e soffiò il fumo dal naso: sentì dentro il profumo del tabacco, la sensazione di testa vuota era scomparsa. Continuò a fumare, lì seduto sugli scalini, al mozzicone guardò la brace con occhio interrogativo, ci soffiò su; fumare era bello, gli piaceva ancora, lo faceva sentire più giovane, si era negato quel piacere per troppo tempo, avrebbe ricominciato? E perché no?
Ritornò a via del Corso, lì alla galleria entrò alla libreria Feltrinelli e si aggirò tra i banchi e gli scaffali pieni di libri, gli ultimi arrivi, i premiati, i tascabili, gli economici: c’era da diventare matti: quanta gente scriveva, quanta gente aveva voglia di far sapere qualcosa a qualcuno, e poi lo stesso autore presente sulla copertina di una serie di libri, ma come faceva uno a scrivere così tanto? Per lui che già si incartava nello scrivere una lettera, era un mistero. E poi c’erano saggi di studiosi, trecento, quattrocento pagine e anche di più su qualsiasi argomento: politica, costume, filosofia, storia e poi libri d’arte, d’architettura, di sociologia, di religione…..quante parole. Si aggirava in quegli ambienti confuso e stupito di come si sentisse inadeguato, consapevole che il tempo non gli sarebbe mai bastato per conoscere, tutto quello che c’era lì, in quei libri, ma soprattutto per scoprire se quello che c’era scritto sarebbe servito davvero. Una commessa gli chiese se cercasse qualcosa in particolare e lui, impacciato, rispose che no, ma che voleva sapere se era uscito l’ultimo romanzo di…. e tirò fuori il cognome dell’unico autore che gli venne in mente per averlo sentito alla televisione un paio di settimane prima e che gli era rimasto impresso perché era lo stesso di un suo compagno di classe al liceo. Lei gli rispose che si, era uscito da pochi giorni e che sarebbe andata a prenderglielo. Lui non aveva nessuna voglia di comprarlo, aveva risposto così tanto per fare, per togliersi dall’imbarazzo di quella intrusione nei suoi pensieri, irritato con sé stesso per il fatto che il suo atteggiamento avesse richiamato l’attenzione della commessa, e tuttavia quando lei tornò, per darsi tono sfogliò le pagine iniziali, lesse il retro della sopra copertina, aggrottò un paio di volte le sopracciglia, poi pagò e prese il libro affogato nel sacchetto di carta del negozio.
Sapeva che tanto non l’avrebbe letto, perché era stato così stupido da acquistarlo, ma poi, perché no?
Continuò a seguire il flusso della gente, si scansò per far passare una giovane con una carrozzina, dentro una bimba, perché doveva essere proprio una bimba per il visino delicato, il caschetto dei capelli e per il colore rosa della copertina, che dormiva nonostante il rumore. Quando lo oltrepassò vide che la madre andava di fretta e che chiedeva continuamente scusa ai passanti per passare oltre.
Loro non avevano avuto figli: li avevano ricercati, fatto ripetuti tentativi, vari specialisti, accertamenti, cure. Non c’era nulla che non andasse in loro ma niente. Alla fine si erano rassegnati, si erano detti che il destino voleva così e avevano preso, se non con disperazione, ma con forzata serenità, a riflettersi l’uno nell’altra.
A piazza del Popolo girò a destra e si incamminò per le rampe che portavano al Pincio, non era più giovane e la vita sedentaria che conduceva da tempo non era l’ideale per tenersi in forma. Dopo poco cominciò ad ansimare e a sentire un senso di oppressione al petto, si chiese se avesse fatto bene, prima, a riprendere a fumare, fu costretto ad allentare la cravatta e il bottone del collo della camicia e a fermarsi vicino alla fontana per raccattare fiato. Avrebbe dovuto farsi rivedere dal cardiologo. Aspettò qualche minuto poi riprese la salita ed arrivò in cima. Sedette su una panchina: c’era un giornale abbandonato. Era del giorno prima, per lui che non lo comprava più, schifato da quanto si leggeva, era comunque nuovo. Nonostante il fiatone non fosse del tutto passato, si accese una nuova sigaretta. Diede una scorsa ai titoli: la solita crisi, sempre quella e sempre diversa per dar voce a nuove polemiche fra i partiti, un nuovo scandalo finanziario, qualche rapina, il giallo di un nuovo assassinio con la teoria dei sospetti, delle ipotesi, le fantasiose ricostruzioni dei giornalisti, la nuova sconfitta della Roma con le colpe di chi e l’esonero dell’allenatore. Sembrava di leggere il giornale di anni prima non di ieri. La solita rabbia impotente nel constatare che non c’era nulla di nuovo sotto il sole. Alzò lo sguardo, si avvicinò al parapetto e osservò Roma sotto di sé, le cupole delle chiese, i tetti, Monte Mario, San Pietro, lo scorrere delle auto attorno all’obelisco di Piazza del Popolo.
Era quasi mezzogiorno, costeggiando la casina Valadier fu urtato sul marciapiede da due giovani che si affrettavano nella stessa direzione. Quasi andò a terra, non ebbe tempo nemmeno per aprire bocca che già si erano allontanati senza voltarsi. Lui piccoletto, con un giubbotto nero e le gambe storte che arrancavano dietro di lei, una stanga con un di dietro che parlava da solo. Di scuse nemmeno a parlarne, tentò di gridargli dietro ma la voce gli morì in gola. Rimase così interdetto, come inebetito per qualche momento. Ancora una volta constatò con l’amaro in bocca che non era mai stato capace di protestare, di far valere le sue ragioni, di reagire in qualche modo in tutta la sua vita. Anche se si fossero fermati e gli avessero chiesto scusa sapeva già che cosa gli avrebbe risposto: che non era niente e che non si preoccupassero e alla fine si sarebbe sentito in colpa lui per loro. La rabbia repressa per come era ed era sempre stato gli strinse la bocca dello stomaco, e gli ritornò in mente Alberto Sordi nella scena finale del Borghese piccolo piccolo, quando pianifica la vendetta nei confronti del coatto che lo aveva mandato a fanculo ed immaginò come sarebbe stato diverso se fosse stato come lui.
Avevano visto quel film insieme e non immaginava che il destino di Shelley Winters ( Amalia ) sullo schermo avrebbe anticipato quello che poi sarebbe successo di lì a qualche mese a sua moglie.
Meglio non pensarci, passo dopo passo raggiunse di nuovo la scalinata, avrebbe voluto rivedere la Vergine Assunta nella Chiesa della Santissima Trinità, ma purtroppo la chiesa era chiusa.
Scese allora i gradini, girò a destra e riprese la metro per ritornare.
Aveva fame ma non se la sentiva di farsi due spaghetti tristi a casa; alla Stazione Termini saltò giù, si fa per dire, dalla metro e si diresse verso un ristorantino in via Urbana dove ricordava di aver mangiato anni prima, con sua moglie, dei bucatini come si deve. Riuscì a ritrovare il locale, era aperto, entrò; c’era poca gente: l’ideale. Venne quello che doveva esser al tempo stesso padrone e cameriere, gli presentò il menù ma lui chiese senza leggere la carta, bucatini alla amatriciana e coda alla vaccinara alla faccia dell’ulcera che da un paio di anni lo tormentava a forza di mangiare cibi preconfezionati. Ordinò anche del Frascati anche se, sempre grazie all’ulcera, non beveva ormai più.
Mangiò con gusto, i bucatini erano come li ricordava, la coda alla vaccinara sublime, il vino andava giù bene, tanto che a metà pasto se ne fece portare ancora mezza fojetta. Per finire il padrone gli portò un bicchierino di limoncello ed un caffè, pagò il conto, non era poi così caro, tanto che si disse stupido perché non lo avesse fatto più spesso, quello di mangiare al ristorante.
Con la testa leggera, prese la metro in via Cavour per il ritorno.
Riprese l’auto, fece con qualche difficoltà i pochi metri per tornare a casa, il vino lo aveva incapacciato, parcheggiò vicino al marciapiede perché non se la sentiva di rimettere la macchina nel box.
Nella cassetta della posta c’era un avviso di riunione condominiale di lì ad una settimana, la bolletta della luce, pubblicità varia, prese l’ascensore.
In casa lo disturbò l’odore di chiuso, spalancò le finestre e si affacciò al balcone, di sotto il traffico, di fronte i palazzi, le facciate, le finestre più o meno aperte, i tetti con la ragnatela delle antenne, sopra il cielo di un tranquillo ottobre romano. Annaffiò rapidamente le poche piante rimaste, erano la passione di sua moglie, a lui non interessavano gran ché ma le teneva in vita, come si andava dicendo, per rispetto a lei.
Accese il televisore e lo sintonizzò su un canale sportivo, cercò una qualsiasi partita di calcio, non importava di quale squadra, si rifugiò nella poltrona e si addormentò profondamente.
Fu risvegliato dallo squillo insistente del telefono, diede un’occhiata al Rolex regalo per i suoi cinquant’anni. Aveva dormito quasi due ore, alzò la cornetta: era un suo amico che lo invitava ad una cena per il pensionamento di un collega e voleva sapere se avesse avuto piacere di venirci anche lui, se fosse venuto avrebbe dovuto contribuire al regalo con 10 euro. Ci stava? Sarebbe stato il venerdì successivo. Fece mente locale al nome, non riuscì a collegarlo a nessuna faccia eppure era in pensione solo da tre anni, l’andarci gli era indifferente ma avrebbe potuto incontrare qualche vecchio collega, fare due chiacchiere, sentire i nuovi pettegolezzi dell’ufficio, del resto il locale lo conosceva, era carino, si mangiava bene e allora perché no?
Chiuse il televisore, erano ormai le cinque, sapeva già che quella sera non avrebbe cenato, aveva mangiato troppo al ristorante, si sentiva, come gli diceva sua moglie dopo il pranzo, sempre troppo abbondante, della domenica ancora “ impanciato “. Non gli andava, però di rimanere fra quelle quattro mura, sentì di dover uscire, di mischiarsi alla gente.
Si avviò per andare ai grandi magazzini in fondo al viale. Un cartellone pubblicitario lampeggiava il prossimo film con …….., ma a metà strada cambiò idea, si diresse in parrocchia. La chiesa era aperta, entrò e si mise a sedere in una panca in fondo. Nessuna preghiera solo pensieri sparsi nel silenzio ovattato. La porta della sagrestia sbatté, usci il parroco a sistemare l’altare, poi, dopo aver rimosso alcune candele consumate, lo vide, si avvicinò per scambiare qualche parola. Non si parlò che delle sue lamentele: i fondi per la sistemazione del tetto non bastavano, occorrevano più soldi, era stufo di dover essere il prete che stava sempre chiedere, lui non era fatto così, un po’ si vergognava ma tuttavia pioveva in chiesa e che doveva fare? Si sarebbe fatto sentire dal vescovo in settimana, e tuttavia la domenica seguente avrebbe dovuto sperare ancora nell’aiuto dei fedeli. Lui annuendo disse che avrebbe contribuito come poteva, nel portafoglio, aveva due fogli da 50 euro: titubante li porse al prete, questi un po’ si schernì, conoscendo la sua situazione di pensionato, tuttavia fece scomparire rapidamente i soldi sotto la tonaca. Disse che non poteva fargli una ricevuta al momento ma che per domenica mattina sarebbe stata pronta. Lo salutò, il segno della croce, poi si rifugiò in sagrestia.
Non sapeva ancora se dichiararsi fesso ad avergli dato tutti quei soldi, ma poi si disse che a lui in fondo non servivano più di tanto, e allora perché no?
La via principale nelle prime ore della sera era tutto un via vai di auto, il passeggio rendeva quasi impossibile non sbattere con i passanti sul marciapiede ridotto a poco più di un metro: verso la strada era ingombro dei vu cumprà che vendevano merce varia, dai dischi, ai vestiti, al pellame, più avanti un chiosco di hot dog occupava quasi tutto lo spazio spandendo in aria un profumo dolciastro di fritto. Al lato opposto le vetrine dei negozi dove la gente si fermava a guardare e a commentare. Pochi entravano, pochissimi uscivano con un pacchetto, era tempo di crisi e si vedeva.
Si fermò per un po’ davanti ad un concessionario della Fiat, osservò un filmato pubblicitario che scorreva su un maxischemo all’interno e che magnificava le doti della nuova 500, si chiese quanto avrebbe retto la sua vecchia Punto e se fosse stato il caso di cambiarla, una scrollata di spalle davanti alla vetrina poi riprese il suo passeggio.
Si accesero le luci dei lampioni, i fari delle auto erano accesi già da un po’, ritornò verso casa.
Il portone del palazzo era chiuso, cercò in fondo alle tasche le chiavi, aprì, prese l’ascensore e si trovò di fronte alla porta del suo appartamento. Si era scolorita ai lati con il tempo e c’era un graffio proprio lì quando l’anno prima il fabbro gli aveva messo la serratura di sicurezza. Avrebbe dovuto rilucidarla ma poi, un po’ per pigrizia un po’ perché non gli andava di spendere inutilmente, aveva lasciato stare, poteva ancora rimanere cosi, perché no?
Accese il televisore in salotto, non c’era niente di interessante. Prese un libro dalla libreria; quello che aveva comprato da Feltrinelli, era rimasto immerso della busta nel limbo del mobile dell’ingresso. Era una spy story, lo aveva già letto, ormai da tempo si era messo a rileggere i libri già letti, gli era più facile, sapeva come andava a finire e c’era più gusto a cogliere le sfumature, si diceva. In realtà non aveva più voglia di novità. Dopo aver letto un paio di due pagine lo rimise dove lo aveva preso.
Spense la tv.
Spalancò la finestra sul balcone, l’aria fresca della sera entrò nella stanza, si versò un bicchiere di whisky, e seduto sulla poltrona, al buio, si mise ad osservare le luci accese dei palazzi di fronte. Rimase lì per un po’, diede un’occhiata alle lancette fosforescenti dell’orologio, erano le dieci, si alzò, mise il bicchiere sul lavandino e si avviò a letto.
Si fece la doccia, fece gli abituali gargarismi serali, si mise il pigiama, caricò la sveglia, si stese sul letto.
Era stata una giornata come un’altra, come quella che sarebbe seguita domani, e poi dopo, tranquilla, uguale.
Aprì il cassetto del comodino.
Era lì fredda, fedele.
La prese in mano, la soppesò, era piacevolmente consistente. Guardò il buco nero, gustò il sapore del metallo in bocca
Si chiese se mai avrebbe avuto il tempo per vedere il lampo?
In fondo non era poi così importante, niente era più importante ormai , e allora, perché no?
P.B.
