La Perfezione di Giuseppe

Dalle finestre della camerata il verde dei prati, il marrone dei campi arati e più in lontananza i paesi con il loro intrico di case, tetti, campanili, spiattellati come macchie rossastre sulle colline.
La suora gli disse che c’era uno nuovo al 10, mandato dal pronto soccorso, Giuseppe….. anni 84, motivo del ricovero: scompenso cardiaco. Un’altra cartella da riempire: la solita odiosa prassi in quell’ospedale dove non voleva più stare: era lì da più di due anni; aveva sperato che quella fosse una sistemazione provvisoria. Tuttavia era passato il tempo, aveva vinto il posto di ruolo, ma dopo, per quanto avesse tentato altrove, niente: la possibilità di fare pubblicazioni serie, di acquisire titoli, di farsi conoscere, di entrare insomma nel giro che conta era in quel contesto pressoché inesistente. E tuttavia stava sempre “ in tiro “ non voleva alibi se mai se ne fosse presentata l’occasione
La fuga da questa, ormai per lui, ossessione fu interrotta alla vista di quel vecchio: corporatura minuta, capelli bianchi, lisci e sottili, fitte rughe attorno agli occhi, guance glabre di colore vizzo, pallido e giallognolo al tempo stesso. Sembrava uno di quei vecchi pellerossa che si vedevano nei film, ma con la pelle bianca.
Quella mattina c’era da fare il giro lungo con gli altri colleghi e con il primario, quindi compilò la cartella del nuovo entrato di fretta: era contadino, non aveva fatto il Servizio Militare, non si era sposato e aveva vissuto da sempre con i parenti, in un podere non discosto dal paese. Negli ultimi mesi gli aveva confessato che si stancava facilmente, gli si gonfiavano le gambe, il medico di famiglia gli aveva dato delle medicine, un po’ lo avevano fatto star meglio ma poi era a mano a mano peggiorato, non ce la faceva più a fare le scale e talvolta nemmeno ad alzarsi. L’ ultima notte aveva detto non “raccattava più il fiato “, si era messo seduto sul letto, poi l’affanno era diventato così angoscioso, che alla fine l’aveva fatto gridare aiuto. I suoi, visto come stava, l’avevano portato al pronto soccorso.
Una rapida auscultata, una palpata al fegato, un’occhiata alle gambe; il caso era banale. Confermò la diagnosi del pronto soccorso, impostò la terapia e uscì dalla sala in attesa del primario.
Lo rivide la mattina dopo: era a letto, due cuscini dietro la schiena e faceva colazione inzuppando nel thè con cautela, con le mani che gli tremavano un po’, delle fette biscottate su cui aveva spalmato della marmellata. Un ampio tovagliolo a quadrettoni lo copriva dal mento al bordo del vassoio, ad ogni sorsata si puliva la bocca sdentata con delicatezza, e con altrettanta delicatezza spostava le posate e la tazza. Era completamente assorto a gustare la colazione; l’attenzione quasi religiosa dei gesti, una sorta di rituale nascosto il cui significato solo il vecchio sembrava conoscere, lo incuriosiva e, al tempo stesso, senza spiegarsene il motivo, lo metteva a disagio.
Si immerse nella routine: automaticamente prese la cartella, segnò i valori della pressione e del polso nella grafica, non c’era febbre, urine disperse; verificò i dati di laboratorio, controllò le radiografie del torace. Chiese come avesse passato la notte e Giuseppe gli rispose che aveva dormito bene. Lo rivisitò: il torace era migliorato, la frequenza cardiaca normalizzata, gli edemi alle gambe notevolmente ridotti. Fu colpito, come il giorno prima, dal pallore quasi cereo della cute. Confermò la terapia non senza avvertire una sensazione imprecisata di aver tralasciato qualcosa.
All’ora di pranzo, mentre passava per i corridoi, gettò di sfuggita un’occhiata dentro la camerata, accanto al letto di Giuseppe c’erano i familiari: abiti, volti e mani di contadini, uno di loro lo vide e lo rincorse per sapere notizie del fratello; frettolosamente gli disse che stava meglio ma che aveva il cuore malato. Gli fu chiesto quando sarebbe stato dimesso e rispose che la degenza sarebbe durata ancora qualche giorno per completare la cura e fare altri accertamenti, ma il fratello, quasi non avesse capito, lo sollecitò insistentemente per una dimissione, la più rapida possibile, perché avrebbero pensato loro a continuare la cura a casa. Rispose, irritato, che Giuseppe sarebbe rimasto in ospedale, come tutti, solo per il tempo necessario, non di più, comunque che se lo volevano portar via facessero pure, purché firmassero, e se ne andò.
Uscendo dall’ospedale si chiese come mai quell’insistenza per rivolerlo a casa così presto. Aveva imparato in quegli anni, a sue spese, che ogni volta che un vecchio veniva ricoverato era tutto il contrario: c’era quasi da litigare per poterlo dimettere. Tutti a chiedere di tenerlo ancora un po’, a contrattare un giorno o due in più di ricovero, come se quel tempo in più potesse far cambiare le cose e fosse indispensabile a farlo migliorare. Lui lo sapeva che quel tira e molla permetteva alla famiglia di tirare il fiato un altro paio di giorni: avere un vecchio convalescente in casa non era certo né piacevole né utile, con tutto quello che c’era da fare.
Loro invece, passata la fase acuta, l’avrebbero ripreso anche subito. Perché tanta fretta? A tavola ripensò a Giuseppe e allo strano comportamento dei suoi parenti. Nel pomeriggio, nonostante fosse libero, ritornò in ospedale, riprese in mano la cartella di Giuseppe e poi andò da lui per ricominciare daccapo: faceva sempre così quando c’era qualcosa che non gli tornava.
Stava dormendo, il respiro era regolare, lo riguardò: i lineamenti erano distesi nel sonno, il profilo del naso, la piega degli occhi e della bocca pur tra le rughe erano gentili, delicati: non il volto di un contadino.
Fu come folgorato: quello non era il viso di un vecchio ma di una vecchia.
Voleva sapere, avere conferma di quel sospetto. Lo svegliò e cominciò ad interrogarlo con insistenza sul suo passato e puntò l’attenzione sul perché non avesse fatto il militare come registrato in cartella: era stato congedato per motivi amministrativi, oppure c’erano state altre ragioni, in definitiva era stato fatto abile al Servizio di Leva? Giuseppe con gli occhi bassi, con un velo di vergogna in viso, in un roco sussurro, rispose balbettando che no, non era stato fatto abile perché non era “ perfezionato “ .
Li per lì non capì che cosa volesse dire, glielo chiese, incalzandolo, lui gli disse alla fine, in un fiato, che lì non era come gli altri e doveva urinare accosciato come le donne.
Ora gli era chiaro perché i fratelli volevano che fosse dimesso presto, per la famiglia era meglio che non si venisse a sapere; ma questo lo intrigò ancora di più: chi era dunque Giuseppe?
Poteva esser un caso da pubblicare.
Era curioso di conoscere come era fatto addosso, ma non se la sentiva di fare un’ispezione anatomica lì, subito, si disse farisaicamente che non era quello il posto davanti a tutti, il momento e poi non era il suo mestiere per cui fece una richiesta chirurgica e si sincerò che fosse il primario chirurgo a visitarlo l’indomani mattina.
Si informò come organizzare, se la visita del chirurgo avesse confermato i suoi sospetti, ulteriori accertamenti a documentazione, soprattutto un eventuale mappaggio cromosomico all’Istituto di Genetica dell’Università, per aver un quadro completo ed esaustivo del caso.
Si trovava, ormai, in quello stato di controllata esaltazione che conosceva bene e che lo prendeva quando era prossimo a toccare con mano la conferma che la sua diagnosi era corretta o che una sua inconsueta terapia, un suo azzardo, stava ottenendo il risultato atteso.
La mattina successiva il chirurgo gli riferì che Giuseppe aveva genitali esterni di conformazione ambigua potevano far pensare, ad una occhiata superficiale, ad un maschio con un pene minuscolo con ampia ipospadia e sacchi scrotali vuoti, ipotrofici, tuttavia per lui, era una femmina. Alla nascita per questa anomalia anatomica resa sicuramente ancor più evidente da squilibri ormonali, doveva esser stata scambiata per maschio.
Una errata attribuzione di sesso, quindi, lei era stata battezzata come Giuseppe e da allora e per sempre considerata maschio, un maschio “non perfezionato “, come aveva detto.
Questi errori, del resto, non erano poi così rari in quei tempi, soprattutto in campagna.
Rimosse per il momento la scoperta, pensando al da fare successivo: come impostare l’articolo, a quale rivista inviarlo etc.
Nella pausa pranzo si soffermò a pensare che la madre di Giuseppe (non poteva chiamarlo altrimenti) non poteva non essersene accorta che qualche cosa lì non andava: chissà quante volte avrà cambiato i suoi pannolini e constatato ogni volta la sua imperfezione, chissà quante volte lo avrà guardato con occhi pietosi; quante volte si sarà maledetta per quell’errore della natura, che aveva portato in seno, quante volte avrà sperato che una malattia se lo fosse portato via, per un nuovo figlio sano da nascere.
Era sicuro che d’accordo con il marito avessero deciso di tacere: ormai l’errore della natura era stato fatto, non si poteva più tornare indietro.
Per loro Giuseppe era così e allora perché farlo sapere? Chissà che avrebbero detto tutti: no, doveva rimanere nascosto, solo loro avrebbero saputo. In ogni caso un paio di braccia “maschili” in più avrebbero fatto comodo, forza lavoro per i campi, gradita al padrone.
Alla pubertà, il suo esser nato diverso, con gli ormoni sballati, aveva fatto sì che non diventasse mai donna, la voce era un po’ roca, il seno non era cresciuto, non era comparso il ciclo mestruale: tutto si era aggiustato, la natura aveva mantenuto il suo segreto.
Tutto si era aggiustato per Giuseppe, salvo che per pisciare.
Ma davvero si era aggiustato tutto?
La pausa pranzo era finita, tornò in corsia, sbrigò alcune consulenze nei vari reparti, preparò le lettere di dimissione per il giorno dopo, poi timbrò il badge ed uscì. Nella piazza di fronte all’ospedale una decina di ragazzini giocava a pallone.
Seduto al bar, di fronte ad una birra prima della notte che gli spettava, si immaginò Giuseppe da bambino, nella cruda realtà della campagna: un figlio venuto male, da tener nascosto e guai a far sapere la verità al padrone e ai vicini, a tutti.
E lui, Giuseppe capire, già da bambino, di non esser come gli altri, di non poter pisciare in piedi come i fratelli ma di doversi accosciare come le donne, e di sentirsi colpevole e quasi rifiutato per questa sua diversità.
Come in un film immaginava i suoi genitori rivolgersi al curato ed implorare aiuto, come fare con quel figlio così, ed il prete consigliare di lasciar stare le cose come stavano: era successo, dovevano offrire quella loro pena al Signore, Lui dall’alto con la sua divina provvidenza avrebbe visto e compreso tutto. Quanto a lui, quando Giuseppe in confessione gli diceva, piangendo, che cosa volesse dire per lui esser diverso e gli chiedeva il perché, il perché di tutto questo, gli aveva offerto solo parole come amore, sacrificio, preghiera che offriva, adatte a tutti, per tutte le occasioni.
Presto aveva capito di esser solo e che sarebbe rimasto solo con sé stesso.
A quell’epoca i figli dei contadini non andavano a scuola, era stata una fortuna perché così aveva potuto evitare il dileggio, lo scherno che, scoperta la sua diversità, la forzata convivenza in spazi ristretti con altri coetanei avrebbe certamente generato.
Il desiderio e l’invidia della normalità degli altri dovevano aver accompagnato la sua fanciullezza.
E ancora il lavoro nei campi, sin da subito. In questo sì, era come gli altri, braccia robuste, adatte al lavoro. Costringersi più degli altri alla dura fatica dei campi e, mentre sentiva i muscoli e la schiena rotta, gustare finalmente il dolore di non esser diverso.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, diventare adulto, vedere i fratelli che il sabato sera si rivestono e vanno in paese, a ballare, a cercar moglie, e lui, invece, rassegnato a vivere confinato nel podere ed a trovare un po’ di conforto nel vino.
Del resto quando stava fra quei muri si sentiva come protetto: come era fatto lo sapevano solo i suoi, ci si erano abituati e lui si era abituato a che loro sapessero; lì la prigione che si portava addosso, gli sembrava meno pesante.
Ma poi un nuovo violento impatto con la sua realtà: la visita di leva, il confronto con i corpi nudi degli altri, la sua nudità fra le altre nudità, gli sguardi su di lui, la cinica e distratta “visita” del medico militare, dalla sedia della sua scrivania, e la commiserante fretta nello stilare la certificazione di non abilità, la vergogna, la quasi fuga dal distretto militare, la fortuna di non rivedere più quella gente.
Il ritorno al podere, ai campi, alla protezione di quei luoghi.
E poi ancora anni, anni e anni sempre uguali, i fratelli che si sposano, le loro mogli che prima o poi sanno e iniziano a guardarlo con occhi di compatimento e al tempo stesso con malcelato disprezzo. I nipoti che nascono, che lo chiamano zio, che lo riscaldano un po’ con le loro vite giovani, ma che lo prendono in giro per quel suo modo di pisciare.
Farsi passare la vita davanti, solo la vergogna, il disagio di sentirsi di peso, il sentirsi non adatto, non“ perfezionato “, un rifiuto.
Sapeva che ormai non avrebbe ripreso sonno, meglio andare in reparto a fare qualcosa di utile; si alzò, si diede una sciacquata alla faccia, uno sguardo allo specchio.
Non si piacque.
E non gli piaceva quello che aveva febbrilmente pianificato il giorno prima con il consenso di Giuseppe, una croce quasi estorta in calce ad un formulario: TAC, assetto endocrino completo, il mappaggio cromosomico, foto dei genitali etc. Il tutto per documentare inequivocabilmente un caso particolare e raro, per poterlo pubblicare, per poter vedere il suo nome su una rivista importante, un titolo da aggiungere per la carriera.
La vita era stata troppo pesante con Giuseppe, tutti lo avevano preso in giro, la sorte, la famiglia, il mondo, non voleva entrarci anche lui: ora che era vecchio era giusto non tormentarlo più.
Gli ritornò in mente quel modo quasi religioso con cui mangiava, beveva, si puliva la bocca, le scarne parole che scambiava con i vicini di letto, Giuseppe aveva ormai raggiunto una sua tranquillità interiore, si era creato attorno uno schermo impenetrabile e, protetto da quella barriera silenziosa, si era pacificato con sé stesso. Si era alla fine accettato. Si gustava, ora, ogni attimo di vita che gli rimaneva come se fosse l’ultimo: ormai sapeva che il traguardo era vicino, la salita stava per finire.
No: Giuseppe era Giuseppe per tutti: tale doveva rimanere.
La mattina diede disposizione di annullare tutto quanto programmato per il numero 10, preparò la lettera e lo dimise.