Il Santo di Santo

Erano i giorni dopo l’Armistizio, parecchi soldati si diedero alla macchia: Santo Bongiorno, un fante di Agrigento che si trovava in Toscana, chiese asilo al nonno al podere di Villa Bianca.
La casa era grande con tante stanze, c’era una bella stalla e il castrino dei maiali. La terra era seminata a grano e a destra della strada, andando verso Chianciano in discesa, a viti. Di fronte, al fianco della strada a sterro che porta al convento dei Cappuccini, c’era un piccolo oliveto. Dietro la villa, l’aia con pagliai e un altro vigneto più piccolo.

In quel tempo lavoravano al podere ormai solo il nonno, Angiolo, zia Elena e Nello che allora era un ragazzo di 12 anni, suo padre, zio Ezio era prigioniero in Germania, zio Lanciotto era stato ucciso dai tedeschi e mio padre era in campo di concentramento in India. Zia Corinna, la moglie di zio Ezio, Concetta, la sua figlia più piccola e la nonna Maria, facevano i lavori di casa e badavano alle bestie: non c’erano braccia sufficienti per far andare avanti il podere, per cui l’arrivo di questo soldato siciliano, che diceva di essere anche lui contadino, fu ben accetto.

D’altro canto allora ci si aiutava un po’ tutti quanti, era la guerra.
Santo era in effetti un lavoratore ed entrò a far parte della famiglia condividendo quel poco che c’era da condividere in attesa di tempi migliori che per lui; l’aveva detto subito quando aveva chiesto un posto dove stare, erano quelli quando avrebbe potuto ritornare a casa sua.

I tedeschi, al passaggio del fronte, occuparono la villa padronale facendone sede del Comando, la casa del nonno fu requisita per la truppa e i miei furono costretti a sloggiare in fretta e furia portando con sé quel che potevano. Trovarono accoglienza in un podere vicino, quello di “Buchio”, più in basso di dove si trovavano, quasi in una buca. Il podere si chiamava “Le Tombe” perché c’erano degli ampi cunicoli scavati nel tufo che erano stati utilizzati in passato come stalle. In questi cunicoli la famiglia trovò rifugio dividendo e organizzando lo spazio con le bestie che si erano portate appresso, buoi ,maiali e qualche gallina. Di giorno andavano a lavorare nei campi del podere: i tedeschi non avevano impedito che le attività abituali potessero continuare, anzi, le donne cucinavano in casa del contadino, mangiavano allo stesso tavolo dividendo anche qui quel poco che c’era, ma la sera si trasferivano in queste grotte dove passavano la notte insieme alle bestie.

Tutti tiravano avanti alla meno peggio. Ma il mangiare era scarso e tutti ripensavano a quello che avevano lasciato lassù. Un giorno il nonno disse a Santo se se la sentisse di andare a prendere un prosciutto che aveva nascosto in cantina in un posto sicuro appena aveva visto arrivare i primi tedeschi. Gli disse che l’aveva avvolto in fogli di carta oleata e l’aveva affogato in un bigoncio nella cenere cosicché non potesse essere scoperto e non ammuffisse. Doveva essere una risorsa in caso di necessità e allora meglio di quel momento, quando?

In casa il posto lo sapevano tutti, ma bisognava pure andare a riprenderlo anche perché c’era il rischio che potesse esser trovato dai tedeschi, vai a vedere che qualcuno avesse fatto cadere accidentalmente quel bigoncio.
Ci voleva una persona svelta e il nonno disse a Santo che era l’unico che lo potesse fare, al ritorno dai campi, scendendo in cantina con la scusa di prendere un fiasco di vino. Avrebbe dovuto fare molta attenzione a non farsi vedere, i tedeschi erano birbi e sospettosi, se lo avessero visto chissà che cosa gli avrebbero fatto e, poi soprattutto, gli avrebbero requisito il prosciutto.
Santo non ebbe dubbi, accettò; il momento migliore sarebbe stato la sera nel momento che veniva distribuito il rancio e erano meno attenti.

La sera dopo con infinita cautela, riesumato il prosciutto dal bigoncio, lo avvolse in un panno, lo copri con la giacca da lavoro e con un fiasco di vino si avviò con circospezione sulla via del ritorno alle Tombe.
Fu visto da un tedesco affrettarsi con quel fagotto sulle spalle, gli fu intimato di fermarsi, Santo agitò in aria il fiasco del vino e grido “Prosit” ma quello di rimando gli gridò “alt”, allora, facendo finta di non aver capito, posò a terra il fiasco , gridò di nuovo “Prosit“ e si mise a correre all’impazzata giù per i viottoli che conosceva bene, sentì due colpi di fucile dietro di lui, si buttò nella macchia e poi a scapicollo lungo la scarpata per raggiungere il podere di Buchio.
Attese prima di rientrare una mezz’ora per capire se l’avessero seguito.

Non accadde, pensò che il fiasco del vino lo aveva salvato.
All’arrivo in casa buttò il prosciutto sopra il tavolo, ancora tremante e contento per lo scampato pericolo.
Nessun rammarico per il vino perso, ne avevano ancora. Il prosciutto era tutta un’altra cosa.
Il nonno lo avviò per la cena: saranno stati i tempi ma era buono come non mai. Se Dio voleva per un po’ avrebbero avuto ottimo companatico da accompagnare al pane che cuocevano ogni settimana nel forno di Buchio.

Tre o quattro giorni dopo, mentre affettavano il prosciutto, il coltello incontrò del duro e non andò più avanti, aveva fatto un rumore metallico nel bloccarsi. Il nonno scavò un po’ e con sorpresa estrasse un proiettile: era uno di quelli che aveva sparato il tedesco e che era rimasto conficcato lì dentro.
Da quel momento il prosciutto divenne il Santo di Santo e durò finché durò.

Santo rimase con i miei per circa un anno ancora, dopo che il fronte si fu allontanato, calmate le acque, ritornò a casa sua.
Per un paio di anni scrisse ogni tanto, e forse il nonno gli rispose.

Poi più nulla, per la scarsa abitudine a scrivere e perché la vita aveva ripreso a scorrere in altre direzioni.