Il rubinetto della cucina perdeva con regolarità cronometrica, faticosamente si alzò dalla poltrona del salotto dove si era stravaccato poco prima a leggere il giornale, per interrompere quello stillicidio che gli entrava in testa. Armeggiò con la cannella, cercò di stringere di più il pomello, niente, la goccia continuava a cadere.
Era negato per qualsiasi tipo di riparazioni, si ricordava, infatti, con fastidio, che l’anno prima aveva allagato casa nel tentativo di riparare un tubo che versava, quindi per evitare di incorrere nello stesso errore, alzò il telefono, chiamò l’idraulico e gli spiegò quello che succedeva.
Visto che era solo quello, gli rispose che sarebbe potuto venire solo fra due giorni: avrebbe dovuto aspettare.
Tornò rassegnato in salotto a leggere, però il rumore di quella goccia lo tormentava, continuava a cadere, il ticchettio segnava il tempo sul lavandino, era minimo eppure ormai lo percepiva come se gli stesse perforando il cranio. Si rialzò e andò di nuovo in cucina, stese uno straccio nel punto in cui cadeva la goccia, sperava che il rumore si sarebbe così attutito. Di fatto il rumore si attenuò fin quasi a scomparire, la goccia veniva a mano a mano assorbita silenziosamente dallo straccio. Tornò di là, dopo qualche minuto però il rumore ricomparve con la stessa regolarità, modificato nel tono: si alzò di nuovo, la goccia cadeva e si disperdeva frantumandosi sullo straccio ormai intriso d’acqua che faceva quasi da cassa di risonanza.
Che fare? Strappò un lembo di straccio lo legò al rubinetto e lo fece penzolare fino a fargli toccare il piano di ceramica del lavandino, tuttavia la direzione non era giusta, la goccia cadeva di lato, per intercettarla la striscia di tessuto avrebbe dovuto esser obliqua. Prese un bicchiere, mise sotto un’estremità e la stirò affinché per un tratto fosse sotto la goccia. Tuttavia si rese subito conto che anche così non aveva risolto niente: non aveva fatto altro che spostare solo un po’ più in là, ed in basso, il punto in cui la goccia cadeva.
E il rumore non cessava.
Aprì allora un cassetto della cucina, trovò un tappo di sughero, con un coltello ne modellò la punta fino a che potesse abboccarsi al rubinetto e poi lo spinse con forza. La goccia non cadeva più. Ritornò nuovamente di là, passando si diede un’occhiata allo specchio e si congratulò con sé stesso per aver risolto il problema.
Lesse ancora un po’, poi si appisolò sulla poltrona.
Dopo mezz’ora un rumore metallico, insistente, ritmico interruppe il suo sonnellino pomeridiano.
Proveniva di nuovo dalla cucina.
Si diresse al rubinetto, era ancora sigillato dal tappo, nessuna goccia cadeva sul lavandino, e tuttavia il rumore veniva da lì, anzi da lì sotto. Aprì lo sportello e vide una goccia cadere con cadenza cronometrica sul coperchio del secchio della spazzatura, l’acqua si era sparsa alla base del mobile, aveva infradiciato la carta di rivestimento, alcuni stracci, un paio di tavolette di sapone e i flaconi di detersivo. L’aumento della pressione nel tubo, aveva forzato la guarnizione e l’acqua aveva trovato un’altra via di sfogo.
Tolse il tappo di sughero, la goccia ritrovando la via precedente, riprese a cadere dalla bocca del rubinetto e tuttavia, la guarnizione forzata non teneva più per cui ogni 4-5 gocce che cadevano nel lavandino, una goccia cadeva dentro il mobile.
Furibondo asciugò come meglio poteva e mise sotto la goccia il secchio della spazzatura che nel frattempo era andato a svuotare, così, almeno l’interno del mobile sarebbe rimasto asciutto.
Si disse che ritelefonare all’idraulico sarebbe stato inutile e poi non voleva fare la figura dello stupido.
Ora i rumori che gli martellavano in testa erano quello della goccia che cadeva nel lavandino e quello, metallico prima, e poi, bagnato su bagnato, della goccia che cadeva nel secchio: addio alla sua pace. Chiuse la porta della cucina e andò nello studio, dall’altra parte della casa.
Gli sembrò per un po’ di essersi liberato dall’incubo.
Si mise al lavoro su una pratica che doveva concludere per il giorno dopo, una telefonata dopo circa mezz’ora interruppe la sua concentrazione, quando riattaccò rimase in ascolto per un minuto: nel silenzio, lontano, ovattato, quasi impercettibile, si sentiva un ritmo a cinque tempi, quattro battute uguali e una battuta di tonalità differente: erano le gocce, si sentivano anche da li.
Ormai era inutile rimettersi a lavorare con quel tormento in testa.
Si alzò, andò di nuovo in cucina, le gocce avevano ormai riempito per un paio di centimetri il fondo del secchio, lo svuotò, mise uno straccio sul fondo e il giornale appena letto sul fondo del lavandino, la goccia che cadeva sulla carta aveva attenuato la sua tonalità e quella che cadeva nel secchio quasi non si sentiva più.
Sapeva che comunque non avrebbe potuto nemmeno sentire quel fastidio attenuato, passò in camera da letto, dal comodino prese i tappi per gli orecchi che ogni sera metteva perché non tollerava il minimo rumore che lo disturbasse nell’addormentamento.
Uscì in giardino con gli orecchi tappati, tutto gli sembrava lontano: era obiettivamente impossibile sentire la goccia cadere.
Tuttavia si sentiva dentro rodere un tarlo, ormai tutti i sensi erano in allerta: sapeva che quelle gocce comunque cadevano, lo sapeva, lo sapeva, sentiva il loro cadere, dentro di sé, sotto pelle, con la loro cronometrica puntualità, con il ritmo che si erano imposte, nemiche, ostili, aggressive.
Era consapevole che quello che gli stava accadendo era certamente frutto dell’esaurimento nervoso che da un po’ di tempo si trascinava appresso, quel cazzo di lavoro lo aveva come prosciugato di ogni sua risorsa, tuttavia non ci poteva fare niente: quelle gocce gli rompevano veramente le scatole, erano ossessive, intollerabili.
Decise di andarsene, di uscire, lì in casa sua gli sembrava di esser in gabbia, non ne poteva più.
Certamente sapeva che non avrebbe sopportato una nottata insonne con quel concerto.
Salì in casa, prese in fretta e furia il soprabito, la ventiquattrore che teneva sempre pronta, i soldi dal cassetto, verificò che le carte di credito e la carta di identità fossero nel portafoglio, chiuse porte e finestre.
Prima di uscire ripassò in cucina per sincerarsi, ammesso che ce ne fosse bisogno, che nulla fosse cambiato: accidenti a loro, le maledette continuavano la loro perfida danza: via, via meglio andarsene.
Prese la macchina girò a caso per un paio d’ore, assorbito dal traffico, nelle ore calanti di quel pomeriggio.
A sera si fermò nel primo albergo fuori città. Prese una stanza per la notte, al ristorante bevve volutamente più di quanto facesse di solito, voleva quasi ubriacarsi per potersi addormentare subito in un sonno profondo.
Salito in camera, si spogliò, fece una doccia calda, il pigiama, i tappi agli orecchi e si mise a letto. La testa gli girava un po’ ed era nel dormiveglia quando dal bagno un ticchettio che ormai, ahimé, conosceva bene, lo fece balzare su come se la stanchezza di quel giorno fosse d’incanto scomparsa. Si tolse i tappi, il rumore era ora più chiaro e definito, ma non c’era bisogno di conferme, ormai lo sapeva, lo sapeva: una goccia cadeva nel bagno. Si alzò e gli bastò un’occhiata per vedere che proveniva dalla nappa della doccia che aveva fatto poco prima. Fece un’istantanea ed amara considerazione che il suono cadendo sul piatto da un’altezza di circa due metri, era sicuramente più devastante di quello che aveva lasciato a casa.
Cercò di riaprire e di richiudere il rubinetto: invano la goccia continuava a cadere.
Telefonò giù al portiere e gli spiegò quello che succedeva irritato, aveva bisogno di dormire, aveva viaggiato tutto il giorno, mentì.
Il portiere salì, con uno sguardo commisto di commiserazione e indisponenza, entrò nel bagno: lui lo guardava dalla soglia quasi avesse timore di entrare in quel luogo, per lui, ormai, di tortura. Aprì e richiuse più volte i rubinetti del lavabo, del bidet, della doccia, fece uscire da ciascuno acqua calda e fredda, di nuovo richiuse i rubinetti, li riaprì, li richiuse e stette ad osservare: nessuno dei rubinetti perdeva. Rimase lì per cinque minuti, disse che forse aveva chiuso il rubinetto male, forse c’era qualcosa nel rubinetto che non andava ma che ora era tutto a posto, comunque l’indomani avrebbe chiamato il servizio tecnico, d’altro canto l’albergo era stato ristrutturato di recente e l’impianto idrico rivisto e collaudato: tutto era in regola…… Tutti argomenti che il portiere per far passare il tempo aveva tirato fuori in un tentativo di conversazione. Lui, sempre più imbarazzato, stretto nel suo accappatoio, balbettò qualche obiezione, sapeva di aver chiuso bene e poi la goccia non era caduta subito ma solo dopo un po’…..tutto quello che diceva il portiere comunque non lo convinceva ….. insomma la goccia ora non c’era più, meglio così, tutto era passato, voleva andare al letto.
Ringraziò il portiere, gli diede una mancia per il disturbo, si disse dopo che forse era stata inadeguata perché ricevette una buona notte che aveva tutto il significato di andarsi a farsi fottere.
Ritornò a letto, erano passati pochi minuti, stava per addormentarsi quando dal bagno riprese a farsi sentire il suono di una goccia che cade.
Stavolta oltre alla doccia, c’era anche il lavabo, la goccia che cadeva dalla nappa della doccia compiva un cammino più lungo, cadeva sul piatto con un rumore, quasi metallico, dal lavabo invece cadevano con un minimo bisbiglio, gocce più fitte che facevano musica di sottofondo al ritmare dell’altra. Se fosse stato un musicista avrebbe forse potuto comporre una musica sfruttandone il l ritmo, ma non lo era, era invece sempre più furibondo con la sorte e sentiva su di sé, addirittura dentro di sé, quelle gocce come una maledizione capitata così, senza sapere il perché.
Non se ne parlava di richiamare il portiere.
Aprì il frigobar, c’erano dentro parecchie bottigliette di whisky, brandy, gin: si attaccò ad esse, le bevve una dopo l’altra. L’alcool aggiunto a quello della cena fece presto il suo effetto, la stanza cominciò a girargli, cadde riverso sul letto e cominciò a russare profondamente.
Al risveglio, la mattina dopo, un violento mal di testa lo costrinse al bagno, si guardò allo specchio: la faccia gonfia, le palpebre semichiuse, prese un’aspirina. Si sentiva la vescica gonfia, appena iniziò ad orinare, un conato di vomito lo assalì e cominciò a rimettere nel water a più riprese. Quando tutto fu finito si sentiva uno straccio, era sudato freddo, si lavò la faccia e i denti, la bocca sembrava una moquette sporca. Tremava e lo specchio gli rimandò il pallore cereo del suo volto. Andò di là, si sdraiò sul letto, distrutto.
Tutto nei suoi ricordi era vago, lontano, gli era già capitato, le due o tre volte che si era ubriacato, di non ricordarsi nulla di quello che era successo la sera prima.
Anche ora faceva fatica a ricordare e soprattutto si chiedeva perché avesse preso quella sbronza.
Dal bagno un suono ritmico, tagliente, aggressivo, inequivocabile di goccia che cade.
D’improvviso ricordò tutto.
Bestemmiò dentro di sé il Padreterno e la miriade di santi di cui ricordava il nome, andò in bagno, la goccia della doccia sembrava cessata, le “innocenti” invece cadevano dalla bocca del rubinetto sulla obliqua ceramica del lavandino con un rumore caratteristico che non riusciva a definire. Si mise seduto sul bordo della vasca ad osservarle: ogni goccia era uguale e diversa anche nel rumore che faceva, se con un dito ne toccava una prima che fosse completamente formata e ne impediva la caduta, quella dopo gli sembrava addirittura più grossa e più sonora, quasi a compensare il rumore perduto dalla sorella precedente. Rimase lì a guardarle come inebetito, il rumore gli dava sempre più fastidio ma non riusciva ad alzarsi.
Alla fine con uno sforzo pensò di sfuggire a quel tormento aprendo tutte le cannelle, si mise sotto la doccia, la aprì al massimo e si lavò, vigorosamente.
Nello scrosciare dell’acqua il singolo rumore, era scomparso, neutralizzato.
Si rivestì in fretta, andò di là, sapeva dentro di sé che la goccia avrebbe ripreso a cadere, non importa da quale buco, alzò nel frattempo il volume del televisore per ingannare l’udito, si vestì in fretta e usci dalla camera.
Il portiere, un altro, non quello di notte della sera prima, gli chiese se si sentisse male: un’occhiata allo specchio dietro il bancone gli confermò che non aveva una buona cera, tuttavia rispose che si, stava bene, chiese il conto, pagò con la carta di credito e si diresse al parcheggio.
Salì in macchina, si diresse di nuovo verso casa, sperando che al suo ritorno l’incubo si fosse dissolto.
Rimase un attimo immobile sulla soglia, fece due passi e si mise in ascolto dietro la porta chiusa della cucina, vicina all’ingresso. Da dentro non giungeva nessun suono, il rumore di goccia che cade sembrava scomparso. Si diresse verso lo studio, lasciò la ventiquattrore, andò in bagno per orinare, tirò la catena, stava per lavarsi le mani ma per prudenza preferì pulirsi le mani con le salviette umide dell’armadietto, non si sa mai che le gocce cominciassero a venire anche da lì, e poi si accinse a completare il lavoro che aveva interrotto il giorno precedente.
Doveva esser passato un paio d’ore aveva quasi finito, smise di scrivere al computer, si stirò soddisfatto sulla poltrona, guardò fuori dalla finestra, il tempo stava cambiando.
Sbadigliò rumorosamente, nel silenzio che seguì gli parve di sentire un ticchettio provenire da di là, dalla cucina.
“ Oddio, no..” . si disse, “ ci risiamo”, aveva dimenticato quanto era successo assorbito come era nel lavoro. Andò in cucina: il rubinetto sembrava aver ripreso lo stesso monotono messaggio del giorno prima.
Fu preso da uno scatto d’ira contro quella maledizione e scagliò contro il lavandino tutto quello che gli passava per le mani, poi ritelefonò all’idraulico chiedendogli con insistenza di venire al più presto, invano, perché al massimo poteva venire il mattino successivo e che intanto provvedesse a chiudere il rubinetto centrale dell’acqua: se bloccava l’entrata dell’acqua a tutta la casa alla fine la perdita sarebbe cessata.
Salì le scale e in soffitta cercò il rubinetto centrale. Era vecchio e rugginoso, tentò di girarlo, in un primo momento sembrò che non si spostasse nemmeno di un millimetro, poi cedette un poco o almeno così gli sembrò, perché ad un ulteriore tentativo di farlo girare la rotella del rubinetto gli rimase in mano: l’asse corroso si era spezzato. Disperato si rese conto che ormai non poteva fare più niente, lì.
Tornò in cucina: la goccia, però stranamente, non cadeva più. Rimase interdetto, perché non se lo aspettava dopo il suo fallimento in soffitta. Osservava il rubinetto con stupore, sbigottimento e con il timore che tutto ricominciasse. Dopo dieci minuti niente, la ceramica del lavandino si era asciugata, nessuna goccia era caduta, un miracolo. Quel tormento, quell’incubo era finito, si sentiva svuotato e al tempo stesso sollevato, leggero.
Uscì quasi di corsa in giardino, stava per piovere, le prime gocce gli caddero in testa, ne avvertì prima il rumore ovattato sul prato e poi il bagnato sui capelli. Erano gocce diverse, queste, erano amiche, erano pioggia.
Si lasciò bagnare, camminando in giardino con la faccia volta al cielo, ridendo a squarciagola, e improvvisò un giro di valzer.
Le scarpe di cuoio scivolarono sull’erba bagnata, perse l’equilibrio e andò a sbattere violentemente la testa sul gradino del gazebo, rotolò e si fermò un po’ più in là, sul prato. Così con gli occhi che sfioravano terra, vedeva come in una lente d’ingrandimento, la superficie di una pozzanghera incresparsi con il suo fiato, fili d’erba rossi del suo sangue, gocce di pioggia che rimbalzavano e che si frantumavano sui gradini. Tentò di girarsi, non ci riuscì, sentiva la testa scoppiargli, con una mano si tastò, un qualcosa di viscido e appiccicoso gli colava dalla tempia sinistra. Tentò di chiedere aiuto, ma sapeva che nessuno avrebbe potuto sentirlo, poi lo colse un conato di vomito e perse i sensi.
Rimase così per un tempo indefinito, l’acqua continuava a cadere, a ripulirlo del suo sangue, poi la pioggia cessò.
Riemerse come in una nebbia fitta, tossì, riuscì con qualche difficoltà a girarsi e a mettersi seduto. Stava male: la testa gli scoppiava, si vide tutto sporco di sangue, con un altro sforzo si alzò e entrò barcollando in casa. Il mal di testa era aumentato. Lo specchio dell’ingresso gli rimandò la sua immagine: faceva spavento, un taglio lungo e profondo gli attraversava quasi tutta la testa, i capelli umidi ingrommati di sangue coagulato, pendevano attaccati a un lembo di cuoio capelluto, il sangue ancora colava ancora un po’ dalla ferita, un occhio era tumefatto, c’era sangue anche sul volto, sui vestiti. Si spogliò, si mise una mano sulla testa e fregandosene del taglio, aprì la doccia, nel piatto acqua e sangue si mischiarono in un rosso pallido slavato. Rimase lì sotto un paio di minuti poi, uscito, constatò allo specchio che la ferita aveva ripreso a sanguinare, la tamponò con garze, si disinfettò alla meno peggio, si mise un altro tampone sull’occhio e lo fissò con un cerotto. Sarebbe dovuto andare al pronto soccorso per farsi suturare, ma ora aveva bisogno di riposare e di un buon caffè.
Si mise l’accappatoio e andò di là in cucina per prepararsi un caffè incurante del fatto che avrebbe dovuto riaprire il rubinetto e che forse avrebbe dovuto incontrare nuovamente le sue “nemiche”, ma in quel momento non gliene importava niente, che facessero quello che volevano.
Accese il fornello, caricò la macchinetta e attese esausto, senza nessun pensiero e nessuna voglia di pensare, con quel mal di testa che gli trafiggeva le tempie e non voleva saperne di passare.
Sorseggiò il caffè caldo, seminudo seduto su uno sgabello.
In cucina silenzio.
Si alzò e prese un’altra tazza di caffè, guardò fuori dalla finestra, il sole aveva ripreso a splendere dopo il temporale e stava asciugando l’erba del prato. Sentiva bisogno di stendersi.
Gettò un’occhiata al rubinetto, niente, stava per alzarsi quando cadde una goccia. Crollò seduto con la bocca aperta ad osservare la sequenza lenta del suo riformarsi, di come cadeva elegantemente.
Era una situazione ridicola: lui che sembrava uscito malconcio da una rissa, seminudo, con un occhio pesto, chino sulla bocca del rubinetto, in attesa spasmodica di una nuova goccia.
Realizzò la gelida evidenza dell’assurdo.
Cominciò a ridere, guardava le gocce cadere e rideva, il sangue che aveva ricominciato a colare dalla sua ferita e rideva del suo aspetto riflesso sul vetro della credenza e rideva.
Ormai era preso dal convulso, cadde dalla sedia e svenne una seconda volta.
L’ultima goccia rimase in bilico alla bocca del rubinetto indecisa se cadere o no.
